Quattro lanterne per Flora
17 luglio 2026

Appena il sole spunta dietro i rilievi settentrionali della Foresta Nera, il fresco del mattino ha già le ore contate. Anche oggi la temperatura supererà i trenta gradi. Nello Stadtgarten di Karlsruhe, però, il caldo arriverà un po’ più tardi. Ne approfitto per sgranchirmi le gambe lungo i suoi viali ombrosi.
Poco dopo l’ingresso nord, superata la Nancyhalle, imbocco un sentiero sulla destra. Il percorso costeggia un grande prato, disegna un’ampia curva e conduce verso le aiuole colorate del Rosengarten. A metà strada incontro una figura in pietra, più grande del vero: è Flora, la dea romana dei fiori e della fioritura.
La scultura, scolpita nel calcare conchiglifero, fu commissionata dal banchiere e mecenate di Karlsruhe Meier Abraham Straus e realizzata da Georg Schreyögg tra il 1918 e il 1919.
Durante il nazismo il nome del donatore ebreo venne cancellato dal basamento. Vi fu inciso nuovamente molti anni dopo.
In origine la statua si trovava presso l’ingresso principale dello Stadtgarten, di fronte alla stazione centrale. Dal 1970 la scultura si trova qui, ai margini del Rosengarten.
Sul basamento noto quattro piccoli oggetti verdi. Da lontano sembrano altrettante pietre, disposte lì da qualcuno. Avvicinandomi scopro invece che sono i frutti di una Koelreuteria paniculata, l’albero che cresce sul lato opposto del sentiero.
Originaria dell’Asia orientale, la Koelreuteria appartiene alla famiglia delle Sapindacee. In primavera le foglie pennate spuntano spesso con tonalità rossastre o bronzee; d’estate diventano verdi e in autunno si tingono di giallo. Tra il fogliame compaiono grandi pannocchie formate da numerosi fiorellini gialli. Quando cadono, ai piedi dell’albero si forma un tappeto dorato. Per questo, in inglese, viene chiamato Golden Rain Tree.
Anche il nome botanico dell’albero riconduce a Karlsruhe. Il genere Koelreuteria è dedicato a Joseph Gottlieb Kölreuter, naturalista del Settecento che lavorò a lungo in città. Le sue ricerche sull’impollinazione, sulla fecondazione e sull’ibridazione delle piante ne fecero uno dei precursori della botanica sperimentale.
Quelle quattro capsule, mi dico, non possono essere finite sul basamento, per di più così ben disposte, da sole. Qualcuno deve averle raccolte da terra e allineate una accanto all’altra.
Sono leggere, gonfie, percorse da sottili nervature. Sembrano piccole lanterne di carta.
Dopo la fioritura si formano capsule trilobate. All’inizio sono verdi; in seguito assumono tonalità giallastre, rosate o bronzee, prima di diventare marroni. Seccandosi, le pareti si assottigliano e diventano fragili. All’interno custodiscono semi duri, scuri e rotondi, simili a piccole perle nere.
Forse chi le ha raccolte è rimasto colpito soltanto dalla forma insolita e dal colore ancora vivo. Forse conosceva la storia della statua e del nome inciso nella pietra. Forse non ne sapeva nulla. Secondo la tradizione ebraica, si posa una pietra su una tomba per lasciare traccia della propria visita e ricordare chi non c’è più. Il basamento di Flora non è una lapide. Eppure, proprio qui, quelle quattro capsule verdi acquistano un significato che altrove non avrebbero.
Intanto la temperatura continua a salire. Tra poco l’aria comincerà a tremare sopra i viali. Sul basamento di Flora restano le quattro lanterne verdi.